Una notte nei vicoli di Krea
I loro passi risuonavano bagnati, lungo lo stretto vicolo in salita del porto, l'aria era tiepida e umida, appiccicosa sulla pelle.
Mereb-arthis diede un'occhiata a Renil-got, che camminava davanti a lui con la disinvoltura di un cammello in una cristalleria. La sua testa coperta da treccine, decorate con monili d'oro, si spostava a destra e sinistra. Avanzava esitante nei suoi preziosi stivali di pelle come se dovesse inoltrarsi in una foresta stregata.
Probabilmente non ci aveva mai messo piede in quel quartiere.
Le industrie, di sfondo alle palazzine ammassate una sull'altra, sbuffavano fumo grigio maleodorante, i pochi lampioni tecnomagici funzionanti gettavano lastre di luce verdastra sul selciato fangoso.
Come sempre succedeva in quelle zone di Krea le rare volte che pioveva, si era formato un pantano spesso due dita. Da cosa fosse formato Mereb-arthis se lo era smesso di chiedere da quando era bambino, e tornava dalle uscite sul peschereccio di suo padre, con le mani cotte dal sale e l'odore di pesce appiccicato addosso.
Da un vicolo laterale spuntò un marinaio con la barba lunga, decorata da perline d'osso e illuminata dal lucignolo della sigaretta accesa ficcata in bocca. Venne verso di loro con lo sguardo vacuo puntato a terra, Renil-got si fermò, chinò la testa e lo salutò. «Buonasera!» Voce tremula, roca, ossequiosa, di qualcuno che si sta cacando nei calzoni.
Quello non rispose, filò dritto verso il mare, che era una distesa nera striata dai raggi di luna che affioravano dalle nubi.
Mereb-arthis raggiunse Renil-got e gli arpionò un braccio. «Ma che cazzo fai? Non dobbiamo farci notare, già sei venuto vestito come se dovessimo andare a un ricevimento e poi ti metti a salutare la gente in giro!»
Lui lo guardò con occhi sgranati, il kajal blu disciolto sotto alle palpebre e le labbra aperte in una o di stupore. «Appunto, ho salutato, ho cercato di essere gentile…»
«Nessuno qui è gentile. E adesso muoviti, andiamo!»
Non replicò, si limitò a tirare su il cappuccio del mantello e rimettersi in marcia accanto a lui.
Le cupole smaltate che sormontavano i palazzi dei quartieri benestanti si intravedevano appena nella foschia della notte, distanti solo pochi chilometri, eppure così lontane da essere un mondo a parte. Renil-got apparteneva a quel mondo, e non faceva nulla per nasconderlo.
Mereb-arthis si era chiesto più volte perché si fosse messo in quella situazione del cazzo assieme a lui, visto che di certo non aveva bisogno di denaro, ma non riusciva a trovare risposta.
Forse per sfregio verso i ricchi genitori, che lo tenevano all'asciutto ogni qualvolta i suoi risultati accademici non erano soddisfacenti, o, forse, per semplice noia.
Ma in fondo, che gli importava, delle motivazioni del suo facoltoso compagno di corso? L'unica cosa a cui doveva pensare era a se stesso e al suo obiettivo. Se voleva finire di pagare la retta dell'accademia centrale di magia di Krea, doveva trovare i soldi. Tanti soldi. Non sarebbe tornato con la coda tra le gambe da suo padre per spaccarsi le mani a tirare su reti da pesca in piena notte.
Si fermò. Terzo vicolo a sinistra. Si guardò attorno, circospetto. Tra i palazzi, uniti dai teli colorati che durante il giorno facevano da ombreggiante, proveniva il suono tipico di una taverna: canti, urla, bestemmie, un gracchiante rumore di qualcuno che sta vomitando anche l'anima.
Mereb-arthis tastò con le dita la cartella di cuoio con i documenti, al sicuro dentro la tasca interna del suo mantello. Secondo le indicazioni che gli avevano lasciato scritte, era quasi fatta.
Renil-got si era fermato accanto a lui, rigido come un baccala.
«Ci siamo. Mi raccomando, fai parlare me, se ce ne fosse bisogno» gli mormorò.
Lui annuì, il naso a patata decorato dall'anellino dorato che si vedeva a malapena dal cappuccio ben tirato sulla faccia.
Entrarono nel vicolo, ancora più stretto del precedente, in silenzio. Mereb-arthis con le braccia incrociate sul petto martellato da un cuore fuori controllo e una voce nella mente che gli ripeteva: non fare il coglione, fingi sicurezza, se passi questa, potrai finire l'accademia e diventare un grande mago come meriti.
Renil-got invece procedeva con la testa bassa, le spalle curve e gli spiriti sanno che pensieri del cazzo dentro quel cranio a forma di pera.
Passarono davanti all'ingresso della taverna segnalata nelle indicazioni. Attorno alla porta aperta del locale, oscurata da una fitta tenda di perline multicolori, una variegata fauna cercava sollievo come poteva alla propria vita. Una prostituta con il corsetto calato mostrava grosse tette pendule che avevano visto giorni migliori e rideva sguaiatamente. Un paio di marinai le promettevano prestazioni acrobatiche tra rutti e imprecazioni. Un tizio era seduto a terra, con la schiena appoggiata al muro, un filo di bava all'angolo della bocca, occhi rovesciati all'indietro e, nella mano abbandonata sul grembo, una pipa da oppio spenta.
Mereb-arthis tossì tre volte, come richiesto. Nulla accadde.
Una zaffata mista di urina, alcol e incenso di pessima qualità li seguì ben dopo aver superato la taverna, mescolandosi al solito odore di fumo stantio che emettevano le industrie tecnomagiche nelle vicinanze.
Poi il vicolo si aprì in una piccola piazzetta silenziosa, circondata da palazzi fatiscenti, dalle finestre sfondate e i tetti sventrati. Un unico, piccolo lampione tecnomagico gettava una luce macilenta rendendo tutto ancora più tetro. Renil-got si fermò di colpo. «Cazzo di gerbillo, ci siamo, ecco la piazza!»
Mereb-arthis si guardò attorno. Anche se non c'era nessuno, aveva la brutta sensazione di essere spiato. E, per la verità, non da poco tempo né da un solo paio d'occhi.
Renil-got sbuffò, evidentemente insoddisfatto dal non aver attirato abbastanza attenzione con il suo tipico intercalare, che doveva trovare molto divertente. «Beh? Dov'è il nostro contatto? Noi abbiamo fatto tutto quello che ci hanno chiesto, ma...»
Mereb-arthis si fiondò sull'amico e gli tappò la bocca con la mano aperta.
«Mh-mh!» protestò lui.
«Sta zitto, spiriti cani, non vorrai che...» ma lasciò la frase a metà e si voltò.
Un rumore scricchiolante e un fruscio.
Dalla finestra distrutta del piano terra di un palazzo scrostato, balzò fuori una figura agile e minuta, avvolta in una mantella nera fino alle caviglie.
Saltellò verso di loro con fare sicuro, Mereb-arthis strinse la cartella con i documenti contro il petto. Mentre i passi dell'incappucciato si avvicinavano sempre di più, ebbe un brivido.
Stava rischiando veramente tanto.
Non si trattava dei soliti traffici di qualche cristallo di sangue di drago che gli fruttavano pochi grani d'argento. Stavolta stava trafugando progetti secretati dall'Accademia di magia, se lo avessero scoperto, lo avrebbero di certo cacciato. Deglutì e si fece forza. Avanzò verso l'incappucciato, che si fermò esattamente nel cerchio di luce creato dal lampione. Era davvero basso.
L'ometto si guardò intorno con una mossa veloce della testa avvolta dalla mantella, poi fece spuntare dal mucchio di stoffa che lo copriva un braccio esile, che terminava con una mano guantata altrettanto piccola, ma vorace nel suo agitare le dita come a dire dammi quello che devi
Sì, era proprio tanto basso. Un po' troppo.
Mereb-arthis strinse le sopracciglia, si voltò a guardare perplesso Renil-got, che rimase immobile e gli ricambiò uno sguardo spento da pesce lesso.
Sperare aiuto o consiglio da lui era inutile.
L'incappucciato intanto era fermo nella sua posizione, con quella accidenti di manina che continuava a muoversi su e giù.
Mereb-arthis si abbassò un poco, cercando di scorgere la faccia dell'ometto che aveva davanti, ma vide solo pieghe di lana dall'aspetto pruriginoso. «Chi sei?» lo interpellò cercando di sembrare minaccioso.
Quello emise un versetto da animale, poi soffocò una risatina. «Fono il voftro contatto, idiota!»
Oh, merda.
«Un bambino!? Sei un cazzo di bambino?»
L'incappucciato tornò a espellere quel verso stridulo e fastidioso, si guardò attorno per l'ennesima volta, poi sollevò un poco la stoffa da davanti al viso.
Apparve un faccino tondo, nero come la brace, illuminato da occhi scuri lucidissimi. Aprì le labbra in una risata che ostentò la mancanza degli incisivi. «Fono una bambina, per effere precifi.» abbassò la mantella davanti alla faccia e aggiunse, porgendo di nuovo la manina aperta verso di lui: «Ora poffiamo finirla con le caffate? Ho altro lavoro da fbrigare ftanotte.»
«E... i soldi?» si ricordò di chiedere Mereb-arthis.
«Prima i documenti.»
Mereb-arthis tirò fuori dal mantello la cartella e la porse alla bambina, senza proferire parola.
Lei la prese, la aprì, fece scorrere le dita sui fogli, poi la richiuse e la inglobò tra gli strati di stoffa. «Fembra tutto a pofto. Ma comunque i miei padroni fapranno dove trovarvi, fe avete cercato di fregarli.» trasse fuori dalla mantella un sacchetto di iuta legato con uno spago, e lo lanciò a terra in un tintinnare di monete.
Senza dar tempo a Mereb-arthis di aprir bocca si voltò e sparì tra i palazzi decrepiti.
Dall'incensiere tecnomagico appoggiato a terra un filo di fumo bianco alla vaniglia saliva verso il soffitto, carico di fregi dorati e stucchi. La finestra in fonda al salone era aperta, parzialmente oscurata dalla pesante tenda di velluto, impreziosita da fili di cristalli multicolori. L'aria della notte arrivava come un alito fresco profumato di spezie. Mereb-arthis affondò la schiena nella poltrona e passò l'indice sulla sigaretta per accenderla. Diede un tiro e agitò il bicchiere che teneva in mano. Attraverso le sfaccettature del vetro, l'acquavite al coriandolo assumeva una sfumatura ambrata. «Secondo te cosa abbiamo venduto?» chiese bevendo un sorso. Il sapore del tabacco si disciolse piacevolmente in quello dell'acquavite.
Renil-got era spaparanzato sulla poltrona di pelle rossa accanto a lui, teneva in una mano la sigaretta e nell'altra un fico secco ricoperto di cioccolato, che scomparve in un attimo nella sua bocca. «Che vuoi dire?»
Mereb-arthis inghiottì un altro po' di acquavite. L'alcol gli ammorbidì il cervello, ed era proprio ciò di cui aveva bisogno, dopo quell'avventura. «Intendo dire che abbiamo rubato dei documenti segreti importantissimi dalla nostra stessa accademia e li abbiamo venduti a qualcuno di cui non abbiamo mai nemmeno sentito la voce. Insomma, si parla di progetti tecnomagici, non di mandorle pelate. Ti sei chiesto a che servissero?»
Renil-got si sollevò sui gomiti, puntandoli sui braccioli della poltrona, e lo guardò come se gli avesse chiesto di contare tutte le stelle del cielo. «A dire il vero, no. Sono progetti per costruire qualche strumento tecnomagico, e io non sono un tecnomago, perciò, anche se mi fossi messo a studiarli, non ci avrei capito niente. Nemmeno tu sei un tecnomago, no? Siamo due studenti di magia pura che nulla hanno a che fare con quella roba. Dunque, chissenefrega. Abbiamo il nostro bel gruzzolo, e tanto mi basta.»
Ineccepibile, perlomeno per la logica del suo amico.
Mereb-arthis sigillò uno sbadiglio col palmo della mano. Il salone-studio del palazzo dei genitori di Renil-got (momentaneamente fuori città) era enorme, pieno zeppo di libri dall'aria preziosa, con il pavimento coperto da tappeti di seta intrecciata e un mobile con alcolici che costavano quanto la barca di suo padre. Si allungò verso il basso tavolino davanti alla poltrona, rabboccò il bicchiere con altra acquavite dalla bottiglia decorata da volute d'argento. Ma sì, in fondo il suo amico aveva ragione, non era così complicato. Aveva bisogno di soldi per finire di pagare la retta all'accademia di magia, e adesso li possedeva. Tutto qui. Il resto non lo riguardava.
Un rumore.
Passi, pesanti, provenivano dalle scale del palazzo.
Mereb-arthis trasalì. Era piena notte, non proprio l'ora per una visita. «Merda, chi è?»
Renil-got si alzò e andò alla porta flemmatico, frusciando nella sua vestaglia di seta. «Cazzo di gerbillo, quanto sei nervosetto! Non aver paura, ho lasciato detto al bordello di mandare un paio di ragazze, giusto per festeggiare, ma se non te la senti posso pensarci io a entrambe!» ridacchiò schioccando la lingua tra i denti.
I passi si sentivano rimbombare sempre più pesanti.
Mereb-arthis spense la sigaretta nel portacenere di ametista posto sul tavolino e si alzò.
Renil-got appoggiò la mano sulla maniglia. La porta si aprì di scatto e gli finì in faccia. Il suo grido di dolore si sovrappose a una voce roca che urlò: «Fermi, siete in arresto per aver trafugato e venduto al mercato nero progetti secretati dalla accademia centrale di magia di Krea!»
Erano tre, con il turbante delle guardie cittadine calato in testa e le spade sguainate.
Mereb-arthis fece un passo indietro, stringendo tra le dita il bicchiere pieno di acquavite, un tremito gli percorse la schiena. Oh, merda, oh, merda. No, non poteva finire così!
Renil-got si portò le mani al naso, rosso di sangue per la portata ricevuta in viso, piagnucolando qualcosa a proposito di proprietà privata e di scambio di persona. Per un momento sperò che li convincesse, se non altro grazie alla buona reputazione della sua facoltosa famiglia.
«Silenzio. Coprite gli occhi con le mani e non vi sarà fatto alcun male!»* abbaiò la prima guardia che aveva parlato, del tutto impermeabile alle giustificazioni del suo amico. Le altre due sottolinearono il concetto agitando la spada nella loro direzione, con fare minaccioso.
Un istante di silenzio, poi Renil-got puntò il dito verso Mereb-arthis e cominciò a strillare: «È stato lui, io non c'entro, io non ho bisogno di soldi, arrestatelo!»
Perfetto. Vai a fidarti dei ricchi annoiati in cerca di avventura.
Le due guardie che agitavano la spada si diressero verso di lui minacciose. *Fermo!"
Mereb-arthis lanciò il bicchiere con l'acquavite in faccia a uno dei militari, che gridò rauco, in un crepitare di vetri rotti a terra. Si voltò e schizzò verso la parete opposta del salone. Raggiunse la pesante tenda di velluto e cristalli colorati, la tirò di lato e salì in cima alla finestra. Si girò a dare un'occhiata.
Le due guardie gli stavano correndo incontro, una delle due perdeva sangue dalla fronte e sembrava ancora più incazzata. «Non fatelo scappare!» gridava quella rimasta a piantonare Renil-got, che si mise a berciare: «Non può scappare, siamo all'ultimo piano e non ci sono balconi!»
Mereb-arthis si tenne forte con le mani ai lati del telaio della finestra e deglutì.
Le guardie stavano arrivando e davanti a lui c'era solo il vuoto. Una caduta di almeno quindici metri, direttamente sulla elegante strada sottostante.
Un attimo solo per pensare, un attimo solo, mentre il cuore sembrava volergli saltare fuori dal petto.
Nel palazzo di fronte troneggiava un piccolo balcone. Ma sarà stato a dieci metri di distanza. Non poteva saltare. O forse… poteva...
Una vertigine lo costrinse a piegare le ginocchia per non cadere, mozzandogli il respiro.
No, non aveva mai provato a farlo. Era materia dell'ultimo anno di accademia, roba che solo una ristrettissima élite di studenti riusciva a fare, e non a quella distanza. Si sarebbe schiantato. Sentì ondeggiare la tenda alle sue spalle, le perline di cristalli scampanellare, avvertì lo spostamento d'aria dei corpi delle guardie che ormai gli erano addosso.
Eppure… glielo avevano sempre detto che aveva un talento eccezionale. Si sporse in avanti, gli addominali contratti, il cuore che picchiava nelle tempie, gli occhi fissi su quel maledetto, benedettissimo balcone.
Una mano gli sfiorò la nuca, una voce gli stridette nelle orecchie. «Fermo, sei in arresto, bastard...»
Mereb-arthis rilasciò le mani dalla presa sulla finestra, si gettò in avanti, batté le palpebre.
La voce della guardia divenne lontana, l'aria fresca divenne uno schiaffo che gli spazzò la faccia, i suoi piedi si agitarono inutilmente nel vuoto.
Cadde rotolando sul pavimento, i denti batterono contro il marmo bagnato, un dolore come una scossa gli si arrampicò fino alle tempie. Gemette, si liberò dalla blusa che gli si era attorcigliata sul viso, si tirò in ginocchio sfinito e ansimante, sputò un grumo di sangue e un pezzo di qualcosa di duro.
Osservò davanti a sé, attraverso le sbarre di ferro battuto.
Dall'altro lato della strada, dalla finestra in cima al palazzo della famiglia di Renil-got, due guardie affacciate gridavano e agitavano le braccia verso di lui.
Mereb-arthis si aggrappò alla ringhiera del balcone, e si alzò in piedi, stordito, incredulo. Ce l'aveva fatta. Si era spostato con la mente. Un incantesimo di altissima difficoltà che solo una manciata di persone in città potevano eseguire.
La tensione gli si sciolse in una risata nervosa. Allora era vero, era davvero un grande mago. E fanculo alle barche da pesca e alla puzza di pesce.
Si scosse. Non era il caso di perdere tempo, gettando via il suo vantaggio. Ora doveva fuggire da lì, magari allontanarsi per qualche tempo da Krea, e poi una volta che le cose si sarebbero quietate, sarebbe tornato. Sì, sembrava un ottimo piano. Si pulì la bocca insanguinata con il dorso della mano, e strinse le labbra doloranti. Sotto al palazzo in cui si era spostato ce n'era un altro, più basso. Così come tutti, o quasi, gli edifici ricchi della città, possedeva una cupola. Mereb-arthis si appoggiò alla ringhiera del balcone e guardò giù.
La cupola era piuttosto modesta, smaltata di verde brillante. Attorno ad essa era stato costruito un camminamento, usato dalla servitù perla manutenzione. Non era che a un paio di metri sotto di lui e sarebbe riuscito a saltarci sopra senza troppe difficoltà.
Almeno lo sperava. Di incantesimare di nuovo non se ne parlava, oh no, era così sfinito dall'essersi spostato con la mente, che sarebbe collassato anche solo tentando di accendere una sigaretta con il dito.
Si tenne bene alla ringhiera di ferro battuto, scavalcò il balcone, allungò il braccio verso un mattone sporgente, per potersi avvicinare di più al camminamento e farsi meno male possibile saltando, ma una voce lo fece sobbalzare.
«Fermo!»
La mano gli scivolò dalla ringhiera viscida, sentì il vuoto sotto di sé, gridò.
Il suo avambraccio fu stretto da qualcuno che lo issò di peso sul balcone. Mereb-arthis sollevò la testa, massaggiandosi il polso probabilmente slogato. «Chi... cosa?»
In piedi davanti a lui c'era un uomo completamente vestito di nero, disarmato se non per un piccolo pugnale alla cintura, e con in testa un turbante decorato da una lunga piuma bianca. Sollevò le sopracciglia perforate da due anelli d'argento. «Buonasera. Bella serata per saltellare sui tetti di Krea, non è vero?»
Oh, no.
Mereb-arthis aveva già visto quella divisa e quella piuma. Si trattava del capitano dei cigni neri, la legione speciale adibita al recupero dei maghi fuorilegge. Un senso di nausea gli strangolò la gola. Se avevano smosso addirittura i cigni neri, era in guai grossi. In guai maledettamente grossi. Quei documenti dovevano scottare molto più di quanto si era immaginato.
Il capitano dei cigni neri incrociò le braccia. «Complimenti per lo spettacolino di poco fa. È impressionante vedere un ragazzotto come te con questo potere. Peccato che nelle celle oscurate in cui finirai non ti servirà.» Strizzò gli occhi bistrati da kajal arancione e sorrise, mostrando una fila di denti immacolati. «Ora, da bravo, copri gli occhi con le mani. Sei in arresto.»
Mereb-arthis ubbidì, i suoi palmi umidi di sudore premettero contro le palpebre pulsanti. Si alzò piano, la testa bassa e la bocca asciutta. «Sissignore.»*=Nel mondo di Senzanima la magia viene canalizzata perlopiù attraverso lo sguardo. È pratica comune durante gli arresti far coprire gli occhi al sospettato, soprattutto se è un mago.